SmartDesign

Le tecnologie digitali hanno rivoluzionato il modo di organizzare interi segmenti produttivi e culturali. Ha cambiato il modo di concepire attività e ha portato a livello di consumatore attività (basti pensare alla prenotazione alberghiera, aerea o le assicurazioni) prima svolte da specialisti.
La tendenza generale è quella di disintermediare le attività, arrivare alla fonte, ridurre i passaggi e le frizioni.
Si assiste, ormai da anni ad una serie di fenomeni lineari che rientrano nelle tendenze o trends, scelte collettive ormai irreversibili. Queste sono keywords.

  • Share. La condivisione dei sapere e delle conoscenze.
  • Conoscenza collettiva. Una forma di sapere scarsamente formalizzato ma che trae beneficio dalla grande quantità di partecipanti
  • Collaborazione. Le persone tendono a collaborare in maniera più facile e aperta. In particolare in determinati settori che una volta erano chiusi come la ricerca. La tecnologia garantisce la necessaria visibilità.
  • Open. L’apertura dei sistemi permette uno sviluppo collettivo. Esattamente il contrario dei brevetti e dei diritti d’autore. Il primo è stato l’Open Source, adesso si può applicare a tutto con successo basti pensare agli Open Data.
  • Interdisciplinarietà. Si superano i limiti delle discipline statiche e si pongono le basi per modelli di conoscenza allargata, evolutiva, asincrona.
  • Competenze. Vengono sempre più valutate le competenze che i titoli di studio o accademici. Perché bisogna studiare tutta la vita e non fermarsi ai primi anni. Le competenze sono distintive e si basano su leve motivazionali e personali.
  • DIY – Make. L’autocostruzione, la personalizzazione degli oggetti e degli spazi. Una disciplina quella dell’DIY (Do It Yourself) che si fonde con l’artigianalità, con la riappropriazione della manualità e dell’arte.
  • Green. Attenzione all’ambiente, allo sviluppo della cultura ambientale, in tutte le sue forme ed espressioni.
  • Sostenibilità. Le scelte devono poter essere reversibili. Il chilometro zero è il mantra.
  • Riuso. Riqualificare e riusare le merci cambiandone o snaturandone la funzione primaria
  • Immaterialità. Spostiamo le idee non le merci.
  • Materiali. La ricerca sta scoprendo nuove fibre e nuove materiali, compresi quelli usati per il packaging. Ci sono bottiglie in alluminio che si illuminano e vestiti spray. Esistono anche oggetti, come tovaglie, che una volta macchiati trasformano la macchina in una forma decorativa. Cambia così il paradigma dell’oggetto stesso.
  • Brand e NoBrand. Si sta passando dal concetto di star al concetto di Brand e NoBrand. La rete, come configurazione del pensiero e della socialità indica che si diventa un nuovo gruppo nel quale ci si distingue ma si appartiene. Una community può essere un brand. Il NoBrand è non solo assenza di firma, ma un ritorno a uno stile differente, dove l’estetica trova valore nella composizione e nella fattura. Il caso Muji. Non è nè minimalismo, né funzionalismo. Gli oggetti, in ogni loro declinazione, diventano canvas dove la soggettività, singolare o di gruppo agisce con il concetto di accessori. Nuovi readymade. Inoltre proprio la collaborazione distrugge l’aurea dell’autore, anche nel business. Il processo diventa fondamentale, un processo dove i soggetti sono protagonisti.
  • UX e Interfacce. Anche qui siamo al di là del funzionalismo e del minamilismo prima detto. Nella progettazione l’usabilità è centrale, ma non con i vecchi criteri. Deve essere usabile ma soprattutto perché, in questo modo non viene dimenticato la gratificazione che viene fuori dall’uso. Cosa succederebbe se il design emozionale ed emotivo s’incontrasse con l’usabilità?

La liquefazione dei confini porta un continuum tra urbanistica, architettura, interior design e industrial design. Decenni fa si parlava già di progettare “Dal cucchiaio alla città”. “From the spoon to the town” era lo slogan creato da Ernesto Rogers in 1952 nella Carta di Atene. Adesso vive di nuova vita, di nuove intenzioni e significati.

Le competenze sono necessariamente contaminate.

Chiameremo “liquid design” l’insieme della progettazione urbanistica, architettura, interior design e industrial design.

La liquidità impone proprio una configurazione a frammento su cui si basa la nuova narrazione. Come nota giustamente Simone Corami sulla Narrazione Liquida:

“…Tutto questo è l’effetto decostruzionista, ben descritto da Derrida, prima dell’avvento della rete, e dalla sua definizione di Disseminazione dove si perde continuamente il riferimento dell’origine e del senso. Però non basta. C’è una nuova dimensione e per comprenderla bisogna tornare indietro, a un pensatore straordinario che non ha segnato solamente il novecento, ma anche il nostro contemporaneo: Walter Benjamin. Il flaneur, invenzione di Baudelaire, ma esplicato in Passegen-Werk del filosofo tedesco, naviga tra le reti e le app. creando percorsi nuovi e propri. Non è saldo, bensì insicuro e a volte claudicante perché il novecento è stato spazzato via, non ci sono più le Expò, anche se proviamo ancora a replicarle, c’è solo spazio fatto di elementi in cui dobbiamo creare linguaggi nuovi, ci sono frammenti che serviranno a creare nuove strutture con forme diverse. “Il cristallo non è debolezza, ma raffinatezza” dice Alex Supertramp, protagonista di Into The Wild, lasciandoci con l’onere del montaggio dei frammenti che si creano, sempre di più e sempre di più velocemente, è l’entropia di Philip Dick, della palta come diceva in Ma gli androidi sognano pecore elettriche?. La questione più nostra non è il montaggio dei frammenti, ma come montarli, è la vera sfida del post-presente, come dico io, della contemporaneità. E’ come avere un mobile Ikea del quale dobbiamo scrivere il foglietto delle istruzioni.”

Liquid design ha bisogno di competenze trasversali: architettoniche, strutturali, meccaniche, dinamiche, prestazionali, cognitive, simboliche, semiotiche, psicologiche, sociologiche, comportamentali, artistiche, interpretative, interculturali, antropologiche, economiche, informatiche, ecc.
Nel progetto devono entrare almeno una dozzina di attori.

Nella progettazione tradizionale si reinventa tutto ogni volta.

La fabbrica fordista teneva tutto all’interno delle mura, dal segreto industriale a quello organizzativo. Si basava sulla forza dei brevetti, sul tenere ferme le posizioni. Viveva in un mondo chiuso, privo di percorsi abilitanti che costruiva il potere e la ricchezza sulla chiusura.
Adesso quel modello ha perso significato: i fenomeni più importanti sono legati al Common Creative, all’apertura delle informazioni (OpenData) e alle condivisione della conoscenza.

Noi partiamo dal “liquid design” e aggiungiamo conoscenza, regole e modelli arriviamo ad un modello progettuale che è lo “smart design” in cui confluiscono le tag

  • Share
  • Conoscenza collettiva
  • Open
  • Interdisciplinarietà
  • Competenze
  • DIY – Make
  • Green
  • Sostenibile
  • Immaterialità

Lo Smart Design è il frutto della collaborazione e della sedimentazione di diversi saperi.
Come rendere praticamente utilizzabile questo concetto: costruendo delle community indipendenti ma relazionate che sviluppano meta prodotti in modalità open design e li rendono disponibili liberamente.

Quali sono i principali vantaggi di questo modo di pensare, progettare e costruire. Questo è un elenco incompleto e non esaustivo:

  • La catena della produzione riprende la territorialità e la specificità
  • Si ricostruisce il tessuto produttivo industriale – artigianale
  • Il consumatore diventa parte del processo di costruzione
  • Si risparmia con la competitività costruttiva
  • Si riducono al minimo gli spostamenti
  • Si progetta una sola volta ogni entità elementare e poi si modifica e costruisce
  • Si testa, valuta e migliorano costantemente le entità elementari
  • Si valorizza la creatività e la specificità
  • Si personalizza ogni merce senza costi aggiuntivi

 Materiali

Partecipano al progetto: Simone Corami e Luca Corsato che ringrazio per la preziosa collaborazione.