Riporto questa riflessione di Giorgio Jannis (fonte) che fornisce una lettura dell’informazione contemporanea.
Viviamo in un paradosso storico: non siamo mai stati così attrezzati per documentare il presente, eppure non siamo mai stati così vulnerabili alla sua manipolazione. Dove gli archivi medievali resistono per inerzia fisica – la pergamena non si riscrive da sola – il documento digitale è infinitamente malleabile, soggetto a continue riscritture, cancellazioni, alterazioni.
Abbiamo Minneapolis sotto gli occhi, l’assassinio di una donna. Quando accade un fatto rilevante, i primi minuti generano una documentazione caotica ma genuina: video girati da passanti, testimonianze dirette, fotografie crude. Ma quasi immediatamente inizia la stratificazione: arrivano le narrazioni concorrenti, le contestualizzazioni interessate, le smentite strategiche, i video modificati, i deepfake, le campagne coordinate di bot. In poche ore, la realtà fattuale è già sepolta sotto strati di interpretazione, distorsione, propaganda.
La differenza con il passato non è solo quantitativa. Quando studiamo il XVI secolo, sappiamo che le fonti sono parziali, che le cronache servono i potenti, che la storia è scritta dai vincitori. Ma quelle fonti hanno una stabilità materiale: il codice che consulti a Firenze è lo stesso che consulterà un ricercatore tra cent’anni. La menzogna storica è cristallizzata, e proprio per questo è analizzabile, decostruibile.
Oggi invece la menzogna è fluida. La Storia è fluida. Un articolo può essere modificato senza lasciare traccia visibile, un tweet cancellato scompare nel nulla (o quasi), un algoritmo può decidere che certe versioni dei fatti ottengano miliardi di visualizzazioni mentre altre rimangono invisibili. I proprietari delle piattaforme non sono semplici archivisti: sono architetti attivi della memoria collettiva, con il potere di amplificare, silenziare, modificare. E a differenza dei censori del passato, operano a una scala e con una velocità inimmaginabili. Sovrascriviamo la Storia.
C’è anche un altro elemento inquietante: la sovrabbondanza. Nel XVI secolo il problema era la scarsità di fonti; oggi è il loro eccesso. Per ogni fatto esistono migliaia di documenti contraddittori, e il lavoro di disambiguazione diventa titanico. Come fai a stabilire cosa è davvero accaduto quando hai diecimila testimonianze, metà delle quali fabbricate? La verità non emerge per forza dal confronto delle fonti, se le fonti false sono indistinguibili da quelle autentiche e numericamente superiori.
Il rischio è che gli storici del futuro, volendo ricostruire il nostro presente, si trovino di fronte non a una penuria di informazioni ma a un rumore assordante, dove distinguere il segnale dalla manipolazione sarà un’impresa archeologica di complessità inedita. Forse dovranno studiare più la struttura della disinformazione che i fatti stessi – le campagne orchestrate, gli schemi di amplificazione, le tecniche di oscuramento – per dedurre indirettamente cosa sia davvero successo.
È una forma nuova e sottile di totalitarismo: non bruciare i libri, ma sommergerli in un mare di falsificazioni. Non riscrivere la storia dopo, ma mentre accade, offrire la visione riflessa in mille specchi.
Il vero potere non è più possedere la verità, ma controllare l’infrastruttura che determina quale versione della realtà diventa visibile, condivisibile, ricordabile.
