Perché le imprese italiane non investono in ricerca

Il tema della scarsa propensione delle imprese italiane (escluse quelle aeronautiche e aerospaziali) a investire in ricerca si dibatte da almeno trent’anni.
Ma in questi tre decenni è cambiato tutto, è cambiato il mondo, il digitale ha trasformato le economie e spostato gli assi economici del pianeta. Tutto è cambiato ma le imprese italiane, come trent’anni fa non investono.I motivi sono tanti: la dimensione microscopica delle imprese, la scarsa managerialità delle PMI, la difficoltà di poter defiscalizzare gli investimenti, la scarsa attenzione del sistema paese verso la ricerca e le tecnologie.
Ma mettiamoci nei panni del medio imprenditore. Vuole investire in ricerca: quali sono le strade possibili?
Può cercare, non senza difficoltà, di trovare un ricercatore specializzato in quel particolare campo. Se lo trova dovrà confrontarsi con le modalità di assunzione. Cosa fa? Lo prende a tempo indeterminato quando la sua “carica funzionale” potrebbe finire nel giro di pochi mesi? Come f a a cautelarsi poi che la persona scelta sia in grado di portare a termine quel progetto? Magari ha bisogno di altri ricercatori, con skill differenti non evidenziati nel momento dello start del progetto stesso. Fa un contratto a tempo? Se lo fa il ricercatore si sente “precario”. Con tutte le conseguenze psicologiche sulla motivazione e concentrazione.
La seconda ipotesi è che si affidi a una partnership con il CNR o l’università. Sia chiaro: se ha poche decine di migliaia di euro da investire non è nemmeno il caso che si muova. Macchine complesse come il CNR lavorano su altre dimensioni.
Se l’imprenditore sceglie questa seconda strada si chiederà quanto di quell’euro che investe verrà realmente utilizzato nella ricerca, quanto nel mantenimento della macchina, nelle spese burocratiche, nelle spese di rappresentanza, nella compilazione di contratti, marche da bollo, ecc.
Alla fine tenterà di farsi le cose in casa spendendo il minimo possibile e di fatto lasciando al palo tutto il sistema ricerca Italia.
Queste considerazioni sono ancora più chiare e attuali ascoltando su Radio3Scienza l’intervista (ascolta il Podcast) la nuovo Presidente del Consiglio nazionale delle ricerche Luigi Nicolais nominato in sostituzione di Francesco Profumo passato a miglior vita. Nel senso che si è trovato una poltrona nel Governo Monti e dalla quale non si staccherà facilmente.
Nell’intervista emerge un’idea di ricerca in Italia degna degli anni ’70, con una ambigua divisione tra ricerca in campo umanistico e tecnico-scientifico. La componente umanistica è per lui, di fatto, il “contenuto” del “contenitore informatico”. Affermazioni che lasciano basiti.
L’anima assolutamente burocratica e priva di legami con il presente esce allo scoperto alla domanda dell’intervistatore che chiede “Ci sono molti giovani che potrebbero fare delle startup in Italia. Il CNR potrebbe rappresentare un luogo di incubazione?”. Risposta: “Lo potrà fare insieme a dei finanziatori”. E allora perché affidarsi al CNR? Andando direttamente dagli investitori si evita e risparmi un’inutile assaggio, una inutile cresta priva di utilità.
Niente da fare. Siamo sulla strada sterrata. Hanno messo ancora una volta la persona sbagliata al posto giusto. Aspettiamo il prossimo giro.

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