Digital and Artificial Intelligence Transformation 5.0
di Maurizio Galluzzo
Negli ultimi anni imprese e consulenti hanno impiegato risorse, mai spese prima, per dare una forma e un’efficienza alla possibilità di utilizzare una tecnologia straordinariamente potente come l’Intelligenza Artificiale Generative e le sue successive implementazioni (pensiamo soltanto all’Agentic AI).
Partiamo da elementi noti da tempo e implementati.
5.0 (cinquepuntozero)
Cominciamo dalla fine da quel 5.0 che ricorda da vicino al termine “4.0” (spesso associato a Industria 4.0) che indica la quarta rivoluzione industriale, un processo che trasforma il modo di produrre grazie all’unione tra tecnologie digitali e automazione.
Allora ricordiamo cosa si intende per “4.0”
Le parole chiave dell’industria 4.0 sono le fabbriche intelligenti con macchine che comunicano tra loro e con gli operatori tramite internet, la condivisione dei dati con la raccolta sistematica, l’analisi e la generazione di risposte in tempo reale e infine il concetto di rapid decisions ovvero la possibilità di dare risposte in tempo reale al mercato e ai clienti.
Non dimentichiamo in tutto questo che i big data e la loro elaborazione aiutano a simulare processi e operazioni per prevenire i guasti e a ridurre gli sprechi.
Sui big data e sull’uso in svariate discipline si veda anche il progetto SmartData a cui ho iniziato a lavorare nel 2015 e che ha portato alla creazione di standard “incapsulati” ovvero file che contenevano dati e la struttura degli stessi che adesso stiamo usando nell’Intelligenza Artificiale per condividere non solo informazioni ma anche processi, strutture e codice.
Tutto questo diventa abilitante per IoT (Internet delle cose) dove oggetti e macchinari connessi alla rete dialogano tra loro, applicazioni Intelligenza Artificiale (prima dell’avvento degli LLM), il Cloud Computing dove spazi di archiviazione e processi sono in rete (cloud) e infine la robotica avanzata ovvero collaborativa con altre macchine o umani. Pur essendo una novità dell’ultimo decennio, l’industria 4.0 con l’uso di robot collaborativi, si avvicina al primo lavoro in cui avevo la responsabilità della direzione ovvero un progetto di ricerca applicata europeo denominato “Efesto” realizzato da alcune imprese italiane e spagnole e il dipartimento di Informatica della Universitat Politècnica de Catalunya (UPC) di Barcellona, in cui un robot manipolatore (di lamiere in quel caso) era in grado di ricevere istruzioni non solo per mezzo del bus dati ma anche vocalmente con un riconoscitore che aveva a disposizione 256 parole chiave che cambiandole portavano a 1024 le possibilità di azione. Un progetto che era di certo primitivo rispetto alle soluzioni IoT di adesso ma che un profano potrebbe facilmente confonderli.
Adesso definiamo i campi applicativi dell’’Industria 5.0 che rappresenta la quinta rivoluzione industriale, un paradigma evolutivo che completa e supera l’Industria 4.0 spostando il focus dalla pura digitalizzazione e automazione a un modello produttivo sostenibile, resiliente e incentrato sull’essere umano. Mentre la quarta rivoluzione industriale si è concentrata sull’interconnessione delle macchine, sui Big Data e sull’efficienza dei processi, l’Unione Europea ha tracciato le linee guida dell’Industria 5.0 per rimettere le persone e il pianeta al centro dello sviluppo economico.
La Commissione Europea ha fissato i 3 pilastri fondamentali per l’industria 5.0:
- Centralità dell’uomo (Human-Centric) dove la tecnologia non sostituisce il lavoratore, ma si adatta alle sue esigenze e ne valorizza le competenze creative e cognitive. L’obiettivo è creare un ambiente di lavoro sicuro e inclusivo, dove la collaborazione uomo-macchina (es. tramite cobot o robot collaborativi) sia sinergica.
- Sostenibilità ambientale dove i processi produttivi devono rispettare i limiti del pianeta. L’Industria 5.0 promuove l’economia circolare, il riutilizzo delle risorse, la riduzione delle emissioni di carbonio e il passaggio a fonti di energia rinnovabile. [N.d.A.] Il terzo punto lo devo citare per dovere di completezza ma ho, da sempre, una ostilità nemmeno nascosta, verso il concetto di resilienza (se qualcuno è interessato al motivo lo trova nel rant finale o in questo link).
- Resilienza ovvero la capacità delle aziende di resistere a shock geopolitici, economici o ambientali (come pandemie o crisi di approvvigionamento), garantendo la continuità operativa attraverso catene del valore flessibili e tecnologie adattive.
In Italia il paradigma si è tradotto in misure concrete attraverso il Piano Transizione 5.0 gestito dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit).
Il piano incentiva le imprese che investono nella doppia transizione ecologica e digitale. Per accedere ai benefici (strutturati principalmente sotto forma di credito d’imposta), i nuovi investimenti in beni strumentali tecnologicamente avanzati devono garantire un risparmio energetico certificato pari ad almeno il 3% a livello di stabilimento o del 5% sul singolo processo produttivo interessato.
Abbiamo assistito negli anni quindi allo sviluppo e applicazione (non vorrei aprire il tema delle metriche del successo delle iniziative finanziate perché non finiremo mai..) prima alla trasformazione 4.0 e poi adesso è in corso la transizione verso la 5.0.
Il concetto di Digital and Artificial Intelligence Transformation 5.0 che ho elaborato è una naturale evoluzione delle precedenti implementazioni, che sono ancora in corso perché possono durare anni, con l’inserimento delle potenzialità esplosive dell’AI contemporanea.
L’integrazione tra questi processi non sempre è indolore ed è per questo che ho lavorato negli ultimi mesi sul concetto di Human and Artificial Intelligence Expert (HAIE) che sfrutta tutta la conoscenza il know how aziendale e lo performa ai massimi livelli con l’uso gestito, controllato e progettato del’AI.
Negli ultimi mesi si sono rincorse sui media generalisti storie di imprese che, prese dalla foga dell’utilizzo dell’IA avrebbero consumato i token (pensateli come una unità di misura della capacità di calcolo utilizzato) spendendo in poche settimane il budget annuale. Io su questa narrazione, fatta per altro da mentitori seriali della Silicon Valley, non credo proprio.
Negli articoli si parla di svariati milioni di dollari (il caso UBER)
I motivi sono semplici: nessuna azienda collega un conto corrente ad una applicazione a consumo di un dipendente e poi è sospetto il fatto che sperimentassero a caso, senza modelli previsionali, senza uno straccio di schema di lavoro (che avrebbe inevitabilmente permesso di valutare il consumo dei token) in aziende multinazionali.